Giorno 9 – Tirebolu
Giornata di idillio dopo due giorni senza gloria, bigi e piovosi. Una pioggerellina sottile ci ha accompagnato per tutta la giornata lasciando Ordu e il giorno successivo, cioè ieri, il cielo si è mantenuto grigio e triste. Poche le vie di fuga dall’implacabile nazionale con il suo traffico non eccessivo ma particolarmente rumoroso sul fondo bagnato: un paio di giorni così, a dirla tutta piuttosto noiosi. A sinistra il mare regala respiro e squarci di bellezza, a destra si susseguono centri senza qualità, a tratti complessi di brutti palazzi che nascondono i profili delle montagne, inframmezzati da aree incolte e confuse, non più campagna non ancora città: insomma un paesaggio dall’aspetto raffazzonato per chi, come noi in questi giorni, si limita a osservarlo sfilare senza entrarci. Si cammina comunque in sicurezza su marciapiedi, chiamiamoli così, che affiancano quasi sempre la strada: veri e propri sentieri di guerra – e antidoto sicuro alla noia – che tengono svegli i riflessi nel destreggiarsi tra fango, buche, detriti, pietre sconnesse, invasioni di piccole jungle urbane. Bella parentesi, nella giornata bigia di ieri, l’attraversamento di Giresun: la nazionale taglia la punta su cui sorge la città con una lunga galleria ma noi l’abbandoniamo per entrare nell’abitato; e ci godiamo le sue vie tortuose e vivaci, i negozi, gli odori, la gente, insomma tutto ciò che mi fa amare la vita di strada turca.
Oggi sole e tutto un altro registro! I rilievi a ridosso del mare offrono paesaggi suggestivi: calette, porticcioli, mare azzurro a sinistra, profili di montagne innevate a destra. Evitiamo le frequenti e brevi gallerie con deviazioni idilliache sulla vecchia strada che segue la costa. E troviamo perfino un ristorante sul mare aperto nonostante il Ramadan, ad eccezione di quasi tutti gli altri chiusi, dove celebriamo la pausa pranzo con un meraviglioso balık ekmek, panino con pesce. Ecco, basta poco a risollevare l’umore del viandante! (ma poco non è proprio per niente: il cielo sopra la testa, il sole, il mare e il mondo davanti ai propri passi che chissà come sarà dietro l’angolo…)
Giorno 11 – Vakfikebir
Giornate ‘mammaliturchi’! Camminiamo spedite lungo la nazionale a filo del mare godendo la vista di una costa che ci riempie gli occhi, evadiamo entrando nei centri abitati alla nostra destra per immersioni tra la gente che ci riempiono il cuore.
Ieri uscendo da Tirebolu troviamo finalmente un locale aperto dove fare colazione (molti sono chiusi per il Ramadan): stiamo consumando il nostro börek (pasta farcita al formaggio e erbe) quando un uomo dal sorriso smagliante si avvicina e ci annuncia che la nostra colazione è pagata, e ‘afyet olsun’ (buon appetito, buon pro vi faccia) e forse desideriamo altro? Ecco, si comincia bene… poco più avanti, nell’immetterci sulla nazionale, ecco un gruppo di taxisti in attesa con i loro dolmuş davanti a una casetta in legno con tavolo e panche fuori. Dobbiamo fermarci assolutamente per un tè! Ci raccontano orgogliosi che Tirebolu è più antica di Trebisonda e dotata di ben tre castelli, e il tè che stamo bevendo è una eccellenza di produzione locale: bello sentire l’attaccamento degli abitanti al territorio. Passando da Görele, tappa intermedia verso la nostra meta, il proprietario di un locale ci chiama per offrirci l’ennesimo tè: oggi non arriveremo mai a destinazione, penso. Ma non sapevo quanto fosse vero: Gezgin, capitano di navi cargo e grande giramondo viaggiatore, ci intercetta, comincia a parlare con noi e alla fine ‘la mia casa è là, oggi sarete mie ospiti’. Avremmo voluto fare tappa più avanti ma chi siamo noi per interferire con il destino? E così, pomeriggio e serata nella bella casa di Gezgin, con tour serale in centro per partecipare alla animazione che segue la fine del digiuno.
Oggi giornata di sole e bei paesaggi, illuminata dall’incontro con Deniz mentre passiamo per Eynesil. Deniz sta lavorando a sistemare un mucchio di legna per il forno (li si trova spesso accanto ai firinci, le panetterie, dove il pane si cuoce nei forni a legna). Ci chiama, ci fa accomodare al tavolo fuori dal negozio e ci offre il tè mentre dentro alcune donne impastano e infornano. Arriva una sfornata di meravigliosi pani rotondi a forma di fiore, caldi e fragranti, arriva un pulmino che li prende in consegna, arriva anche un pane per noi che Desiz mette tra le nostre mani. Sul sacchetto di carta si legge qualcosa a proposito del Ramadan: è un mese santo, dice Deniz, Allah vi ha mandato a noi come un dono, e racconta che gli ricordiamo la mamma morta tempo fa. Il pane che fa bene al cuore! Poteva non finire, una giornata così, con il gesto della ragazza sconosciuta che, incontrandoci per strada mentre arriviamo alla nostra meta, ci mette improvvisamente tra le mani un mazzetto di mimose? Domani è l’8 marzo, anche qui.
Giorno 13 – Trabzon
E eccoci a Trabzon, la mitica Trebisonda, già, e tuttora, crocevia di scambi e commerci tra Europa e Asia. Il confine di avvicina e si sente, siamo quasi al fondo del Mar Nero e quel qualcosa che si intravede all’orizzonte oltre il mare, se non è un gioco di nuvole o di luce potrebbe essere la costa russa e il profilo del Grande Caucaso. L’immaginazione galoppa insieme con l’aspettativa, mentre camminare su questa lunga strada sul mare è diventata consuetudine quotidiana, avviarsi è come tornare a casa. Questo tratto di costa, sempre suggestivo, sembra più ricco ed elegante.
Entrando in Trabzon eccoci a un monumento simbolo, la splendida Ayasofya, Santa Sapienza, già chiesa bizantina – la più grande in Turchia dopo la sua omonima di Istanbul – e ora moschea. All’interno i mosaici del pavimento sono protetti da un vetro e coperti durante la preghiera, gli affreschi della cupola si indovinano dietro teli bianchi ma altri sono visibili. Imponente e alta sul mare, racconta la storia di Trebisonda capitale dell’omonimo impero, ultima roccaforte bizantina a cadere sotto la conquista ottomana. A Trabzon ci concediamo un giorno di riposo bighellonando tra i vicoli del merkez, il centro antico che è tutto un mercato. Vorremmo visitare il museo ma è chiuso per restauri. Il Ramadan si sente e infonde un ritmo speciale alle giornate, che iniziamo a riconoscere.
Avvicinandosi l’ora dell’Iftar, l’ultima preghiera del tramonto che segna la rottura del digiuno, ieri e oggi un gran numero di persone si è riversato nella grande sala della Ögretmenevi – casa dell’insegnante – dove alloggiamo: non sappiamo esattamente che cosa vi accade, noi non siamo ammesse, ma abbiamo sentito salire una voce salmodiante in preghiera, seguita, dopo l’ultimo canto dai minareti della città, da un inconfondibile suono di carrelli e stoviglie al lavoro. Uscite ieri a cena verso la stessa ora, abbiamo incontrato una città che sembrava svuotarsi mentre i pochi passanti si affrettavano alle ultime spese nei negozi in chiusura, come da noi la vigilia di Natale. Ma c’era vita al piano superiore (ayle salonu, sala per famiglie) del ristorante dove abbiamo fortunosamente trovato posto tra i tavoli già affollati di gruppi e famiglie, tutti fermi e come sospesi in attesa del ‘momento’. È bastato il breve canto dell’ultima preghiera per scatenare l’improvvisa frenesia dei camerieri affannati a servire velocemente le tavolate e rianimare i commensali: afyet olsun, buon, meritatissimo, appetito!
Giorno 16 – Of
Entriamo nei misteriosi ritmi del Ramadan. Ieri, dopo una giornata lunghetta e faticosa, con estenuante uscita da Trabzon attraverso una periferia infinita tra industrie, scintillanti palazzi moderni, qualche Università e un aeroporto costeggiato tutto per lungo, dentro un bigio non si sa se di nebbia o smog che ci ha accompagnato per metà giornata – e per fortuna poi è tornato il sole e i colori da acquerello di questo tratto di mare – dopo tutto questo arriviamo verso le 17,30 alla sospirata Ögretmenevi dove contiamo di chiedere alloggio. Chiusa!!! Che fare, con la sera che incombe e il freddo umido che inizia a salire?
Un gruppo di uomini esce da un cancello e comincia a fare telefonate in nostro soccorso: la öğretmenevi è aperta ma il gestore è impegnato al momento con i rituali dell’Iftar, il tempo magico dell’ultima preghiera e del sospirato pasto, iftar menusu. Ci possono indicare i nostri soccorritori un ristorante vicino dove aspettare? Fanno di meglio, ci invitano a condividere il loro iftar che stanno allestendo dentro l’edificio da cui sono usciti, una università di cui sono lo staff. Ed eccoci in una grande sala spoglia dove è allestita una lunga tavolata, con l’aggiunta di un tavolo per noi a uno dei capi. Vengono distribuiti sui tavoli pane, acqua e bibite, ciotole di çorba (zuppa), insalata, riso, piatti di carne in umido con patate. L’autocontrollo di queste persone è impressionante, nessuno si azzarda a toccare nulla! Uno di loro recita una preghiera a cui tutti rispondono, le mani aperte con i palmi rivolti verso l’alto in un gesto discreto di invocazione. Poi silenzio, in attesa di sentire la voce del muezzin con l’ultima preghiera. E finalmente i più si attaccano per prima cosa alla bottiglia – di acqua – e poi si consuma il cibo in compagnia ma con poche parole, le bocche sono impegnate altrimenti. Alla fine colui che ha cucinato viene a chiederci se abbiamo gradito e ci ringrazia per il piacere di averci potuto avere ospiti.
Oggi tappa breve e bellissima, tempo splendido e bei paesaggi tra mare e colline verdi di coltivazioni di tè. Ma bar e ristoranti sono chiusi, facciamo uno spuntino su una spiaggia – i piedi nel Mar Nero! – con le poche cose che abbiamo con noi. A Of, la nostra tappa di oggi, vorremmo fare un po’ di spesa ma di nuovo abbiamo fatto i conti senza l’oste, o meglio senza il Ramadan: sono le 18 e il supermarket è momentaneamente chiuso perché il personale deve celebrare l’iftar! Non mi dispiace affatto essere dentro questi ritmi collettivi: un po’ spaesanti ma ne sento la forza, cercare di adattarmi mi fa sentire meno misafır (ospite) e più amica.
Aggiungo oggi un secondo post perché è arrivato il momento di dare la giusta gloria alle öğretmenevi, meravigliosa istituzione turca – la nostra gratitudine a che le ha inventate – senza la quale il nostro cammino – di vecchie signore che si ostinano a voler arrivare in Cina a piedi – sarebbe più difficile.